Il messaggio di Draghi agli “indignados”

L’Italia può salvarsi da sola, ha detto ieri il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e per questo è positivo che “l’obiettivo di rilanciare la crescita” sia “finalmente oggi largamente condiviso” (vedi intervento sopra). E soprattutto, l’Italia deve salvarsi da sola: “Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori”. Il futuro presidente della Banca centrale europea ne è convinto, anche alla luce dei risultati della prima ricerca internazionale sulla storia della crescita economica del nostro paese che saranno presentati in questi giorni a Palazzo Koch. Leggi Politici, forzate il blocco. Il discorso di Mario Draghi a Palazzo Koch
13 OTT 11
Ultimo aggiornamento: 20:42 | 17 AGO 20
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L’Italia può salvarsi da sola, ha detto ieri il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e per questo è positivo che “l’obiettivo di rilanciare la crescita” sia “finalmente oggi largamente condiviso” (vedi intervento sopra). E soprattutto, l’Italia deve salvarsi da sola: “Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori”. Il futuro presidente della Banca centrale europea ne è convinto, anche alla luce dei risultati della prima ricerca internazionale sulla storia della crescita economica del nostro paese che saranno presentati in questi giorni a Palazzo Koch. Nell’ambito del progetto “L’Italia nell’economia mondiale, 1861-2011”, organizzato dall’Istituto di Via Nazionale in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, saranno infatti presentati 20 lavori su aspetti specifici dell’economia italiana, frutto del lavoro di 46 tra economisti e storici dell’economia, italiani e stranieri. Alcuni di questi guidano il Comitato scientifico presieduto dal direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni: Nicholas Crafts (University of Warwick), Francesco Giavazzi (Università Bocconi), Alfredo Gigliobianco (Ufficio ricerche storiche alla Banca d’Italia), Fabrizio Onida (Università Bocconi), Kevin O’Rourke (Oxford University), Marco Pagano (Università Federico II di Napoli), Salvatore Rossi (segretario generale e consigliere del direttorio per i problemi della politica economica) e Gianni Toniolo (Duke University).

E’ a partire da questi contributi, che da ieri e fino a sabato saranno discussi a Palazzo Koch, che Draghi si è espresso nettamente in controtendenza rispetto al paradigma disfattista e declinista sposato anche da certe élite italiane: “Il paese è ancora ricco di imprese di successo – ha detto il governatore uscente – anche in comparti chiave come la robotica e la meccanica; non mancano nella società indicazioni di una vitalità tutt’altro che spenta”. Anche il tormentone “austerity” esce quantomeno ridimensionato dal discorso di ieri: “Gli interventi realizzati nella scorsa estate avviano la finanza pubblica italiana lungo un sentiero di maggiore sostenibilità. Ma ciò non basta. Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio”.

Una linea, quella pro crescita, che Bankitalia da anni non manca di sostenere nel dibattito pubblico, anche a suon di studi e analisi: “Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita – ha ricordato infatti Draghi – come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale”. Orgoglio nazionale e tensione sviluppista, secondo il futuro governatore della Bce, non vanno assolutamente confusi con le “velleità” autarchiche di cui pure il paese è stato “preda” nel passato. Al centro delle analisi degli economisti riuniti in queste ore alla Banca d’Italia, infatti, c’è proprio la storia dell’interazione ormai più che secolare tra un’economia di medie dimensioni, come la nostra, e i cambiamenti dell’ambiente economico in cui si è trovata a operare di volta in volta: la cosiddetta “prima globalizzazione” (1860-1913), la successiva de-globalizzazione (1914-50), l’“età dell’oro” dello sviluppo europeo (1950-73) e infine la “seconda globalizzazione”, quella che stiamo ancora vivendo.

Non è un caso che il periodo
di più vibrante sviluppo dell’epoca contemporanea del paese, quello compreso tra 1951 e 1973 (“fu l’unica volta dopo l’Unità che per un lungo periodo il mezzogiorno crebbe più dell’intero paese”), sia coinciso con il massimo sforzo italiano nel processo di integrazione internazionale ed europea. Ergo: “Restare oggi fedeli alla scelta dei nostri padri – ha detto Draghi – rafforzare la nostra posizione in Europa, significa imprimere un forte impulso alla crescita, ridurre drasticamente il debito pubblico”. Questione di vitalità economica, certo, ma anche di giustizia sociale: “L’urgenza deriva soprattutto dal dovere non più eludibile che abbiamo nei confronti dei giovani, un quarto dei quali sono senza lavoro”. Una risposta nemmeno troppo indiretta ai gruppi di “indignados” che ieri in tutta Italia hanno cinto d’assedio le sedi della Banca centrale. Alcuni di loro brandivano grandi pannelli in cartapesta, con su disegnata una lettera firmata da Bce e Banca d’Italia, come quella inviata a inizio settembre dalle due Banche centrali al governo italiano per suggerirgli alcune misure riformatrici; sopra queste lettere in cartapesta, ben visibile, un timbro rosso: “Rispedire al mittente”. Ma Draghi è convinto di non aver sbagliato indirizzo.